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Etnomedicina

etnomedicina
etnomedicina orientale

L’etnomedicina unisce patrimoni culturali apparentemente distanti fra loro come la medicina, l’antropologia, la psicologia, la religione ….. e ci permettere di comprendere come all’interno di società integrate la salute di un individuo debba essere letta attraverso una complessa griglia interpretativa in cui gli aspetti medico-fisiologici si connettono a quelli antropo-sociali. La malattia non è qualcosa che arriva a caso, essa è il risultato di varie componenti che nel corpo trovano espressione: gli stati d’animo, le emozioni, i batteri, i virus, le insoddisfazioni … possono creare malattia solo se il soggetto è attaccabile.

Una delle caratteristiche più interessanti è senza dubbio lo spirito multidisciplinare, che permette al ricercatore e all’antropologo, di operare in questo campo, all’interno di un modello, nel quale sono assenti quei vincoli mentali e quelle barriere che solitamente in altri ambiti impediscono il dialogo fra realtà paradigmatiche differenti tra loro.

Ma quale può essere l’importanza di una scienza come l’etnomedicina e quali risorse può apportare alla nostra medicina? Nella consapevolezza dei limiti antropologici di trasposizioni culturali, sembra utile il recupero di una visione completa dell’individuo (olistico) nella sua unità mente-corpo insieme alla consapevolezza che qualsiasi iter terapeutico non può prescindere da una relazione armonica tra paziente e uomo-medicina.

Probabilmente una medicina ipertecnologica come la nostra sarebbe bene tenesse in considerazione un semplice assunto comune a gran parte dei modelli etnomedici e cioè che il processo di guarigione per l’ammalato ha inizio con la notizia dell’avvicinarsi alla sua capanna da parte del guaritore.

In questo modo potrà nascere una medicina più attenta ai reali bisogni del malato e più consapevole del fatto che, come sostiene Geertz (1962), dal primo vagito all’ultimo respiro ogni individuo è composto di soma, psiche e polis e che quindi egli è contemporaneamente corpo, persona ed essere sociale. Per questo motivo l’etnomedicina guarda a quelle comunità, che hanno conservato intatta la tradizione antica e popolare della cura, attraverso il ricorso a rimedi naturali e alla condivisione dello spazio sociale con il sofferente, tramite riti collettivi in grado di coinvolgere l’intera famiglia e spesso tutta quanta la comunità.

Comprendere questi modelli culturali significa sottrarsi alle insidie di una medicina occidentale, a volte eccessivamente meccanicistica e riduzionistica e riappropriarsi di una visione contestualistica della terapia, nella quale il malato possa essere accolto nella sua interezza di persona, coinvolgendone gli aspetti psicologici, sociali ed ambientali comprendendone in primo luogo la mappa attraverso la quale egli legge la realtà, consci del fatto che proprio negli elementi che compongono quella mappa potremmo scorgere le ragioni del suo ammalarsi e del suo eventuale guarire.

Prende così forma uno dei concetti fondanti l’etnomedicina riguardante l’esistenza di sindromi e patologie legate alla cultura e osservabili solo all’interno di determinati contesti culturali e non altrove.

L’aspetto di estremo interesse è l’efficacia simbolica dell’uomo-medicina, in quanto l’azione terapeutica delle sue pratiche magiche, come fa notare Levi Strauss (1966), attuate mediante rappresentazioni simboliche, è caratterizzata da una manipolazione psicologica dell’organo malato.

Il terapeuta fornisce al malato un linguaggio attraverso il quale è possibile esprimere certi stati non formulati e non formulabili. In questo modo l’intervento terapeutico consente al paziente un deflusso di stati emotivi, che rimasti a lungo inespressi, hanno trovato per via simbolica, uno sfogo nella malattia.

In ogni cultura e paese del mondo vi sono luoghi nei quali vengono attuate strategie terapeutiche, capaci di leggere e dare senso a ciò che ad una analisi superficiale potrebbe non averne, o apparire addirittura minaccioso per i nostri paradigmi scientifici.

 

La foto ritrae uno dei più famosi traditerapeuti del Mandè (Mali), Konadu Famotè nel suo "studio medico" intento a preparare pozioni terapeutiche con le sue piante fresche come si può vedere, in mezzo a tante altre cose (feticci, pelli di animali, polveri…)

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Figlio di Konadu intento nel preparare una polvere di radice atta a curare i dolori reumatici sotto le capanne tipiche di un villaggio del Mandè con le misere cose tutto intorno

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Mostra un altro terapeuta mentre si accinge a coprirsi il capo con un drappo azzurro, allo scopo di utilizzare a scopo terapeutico i vapori che emanano dalla pentola in terracotta dove è stato fatto bollire un vegetale dalle proprietà respiratorie

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Dr Paoluzzi insieme al traditeraputa Coulibaly durante una sessione di lavoro etnomedico

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"una farmacia" al mercato generale di Sibi (Mali), dove una terapeuta tiene in vendita i suoi sciroppi e le sue preparazioni medicamentose racchiuse in bottiglie di Coca Cola riciclate e racchiuse a loro volta in bustine di plastica

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